L’azienda
agricola Biancara di Angiolino Maule si trova tra la provincia
di Vicenza e la provincia di Verona, sui Monti Lessini nel
territorio di
Gambellara tra colline di origine vulcanica, tra i 150
e 250 mt. s.l.m..
La totale estensione dei vigneti è di
11 ettari di cui 9 di proprietà e 2
in affitto.
In campagna la
gestione è completamente naturale:
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sfalcio dell'erba
o lavorazione del suolo nell'interfila
-
concimazioni
mirate nelle zone in cui è necessario, con il solo
utilizzo di Compost vegetale autoprodotto
-
trattamenti
contro le malattie fungine attraverso tisane vegetali e
lactofermentati autoprodotti
-
riequilibrio
naturale del suolo con semina di cereali o leguminose
(avena, favino) o lavorazione autunnale del terreno dove
necessario
In cantina ormai da vent'anni anni si persegue
il lavoro fatto in campagna eliminando totalmente ogni
prodotto estraneo al vino come lieviti selezionati
chimicamente, enzimi e quant'altro. Lo stesso vale per
pratiche come filtrazione e chiarificazione. Stiamo
riducendo al minimo l'uso dell'anidride solforosa riuscendo
a non utilizzarla in alcuni vini.
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TRATTO DA
"RITRATTI DI VIGNAIOLI" INTERVISTA AD ANGIOLINO MAULE
Sperimentare è
la mia grande passione. Mi spinge ad andare avanti e guardare
oltre l’ostacolo, magari curiosando nella natura o cercando di
dialogare con essa, testando alcune idee in cui credo e cercando
di comprendere la loro veracità; idee che, giornalmente,
riescono a costruirmi un’infinità di emozioni che si trasformano
in un lavoro di ricerca svolto sul campo, sulla mia terra e in
mezzo alle mie vigne.
Una curiosità
mischiata ad un grande desiderio di conoscere, che mi ha spinto
a fare il mestiere più bello del mondo: il vignaiolo. Un lavoro
splendido, mai statico, che riesce sempre a pormi in discussione
con me stesso costringendomi a crescere e a chiedermi sempre un
nuovo impegno che va oltre a ciò che mi ero prefissato solo
qualche mese prima. Da come ne parlo, sembra che non vi siano
state ombre o nuvole ad oscurare questo splendido orizzonte che
oggi ho davanti a me e che mi fa sentire ottimista sul futuro di
questa mia azienda; ma non è così. Ci sono stati momenti duri e
di grande solitudine che negli anni si sono ciclicamente
alternati, accompagnandosi ad altri molto cupi e difficili. Come
ad esempio all’inizio, quando più di trent’anni or sono, arrivai
a Gambellara e mi trovai davanti a realtà vitivinicole
prettamente industriali e a grandi difficoltà nel dialogare con
gli altri produttori.
Credo che
quella mia iniziale difficoltà fosse dovuta un po’ al mio
carattere, che almeno all’inizio mi fa apparire nei rapporti
interpersonali un po’ goffo e forse anche troppo timido, ma
anche un po’ alla mia cultura contadina che si scontrava con
quella degli altri viticoltori, i quali, pur avendo aziende
vitivinicole delle mie stesse dimensioni, avevano un’approccio
all’agricoltura e al mondo del vino un po’ diverso, anzi direi
diametralmente opposto al mio. La maggior parte di loro,
infatti, forniva le proprie uve alle Cantine Sociali o ad altre
grosse industrie del vino e non si preoccupava di alcuni aspetti
salutistici, produttivi e naturalistici che io invece ritenevo
imprescindibili nel mio lavoro di vignaiolo. Molti di loro erano
convinti che fosse sufficiente proteggere le loro vigne dalle
malattie o grattare un po’il suolo per produrre uve eccezionali,
possibilmente in grande quantità.
Il loro
impegno nelle vigne era cadenzato e ritmato da una stagionalità
che prevedeva alcuni interventi specifici e nulla più.
Io non la
pensavo così. Ho sempre sostenuto che non avrei mai potuto
ottenere niente, figurarsi delle uve di grande qualità, se
avessi limitato il mio sforzo solo alle cose esteriori,
occultando invece l’impatto che hanno quelle forze, formatrici e
organizzatrici, con le quali la natura interagisce sulle varie
forme di vita.
Forze
intangibili che riuscivo solo a percepire, ma che ero curioso di
conoscere, e che hanno il potere di coordinare e di custodire,
armoniosamente, tutti gli elementi che compongono un organismo
più vasto: la terra.
Sognavo di
arrivare un giorno a produrre un vino senza solforosa e senza
l’aggiunta di prodotti chimici, così da riuscire a trasferire in
esso la massima espressività che può nascere solo dal connubio
di un forte impegno profuso nelle vigne e dal grande rispetto
che nutro per questa terra vulcanica in cui opero. Idee
dirompenti non solo per quei tempi, ma anche per il giorno
d’oggi, dato che esse trovano ancora difficoltà ad essere
condivise dalla stragrande maggioranza dei vignaioli.
Personalmente avevo bisogno che i miei vini fossero puliti,
semplici, salubri e di alta qualità e che non fossero
l’espressione delle doti enologiche di Angiolino Maule, ma di
quelle che questo territorio di Gambellara sa esprimere. Volevo
che il vino contribuisse a costruire una base culturale capace
di stimolare curiosità intorno ad esso. Volevo che nel
degustarlo si venissero a creare momenti di riflessione non solo
sui suoi contenuti organolettici, ma anche su dove e come esso
fosse stato realizzato. Volevo che il vino facesse meno male
possibile e non portasse le persone ad una sua distruttiva
dipendenza. Avevo sofferto troppo nel vedere le conseguenze di
un suo abuso e per questo mi ero imposto dei precisi impegni con
me stesso: nei miei vini e sulla mia terra non avrei mai
utilizzato prodotti chimici.
In questo mio
personale processo di crescita ebbi la fortuna di conoscere
Josko Gravner che, avendo già avviato un laborioso lavoro di
ricerca in viticoltura, comprese immediatamente cosa io stessi
facendo e quale fosse la passione che mi animava. Per circa
dieci anni lavorammo a stretto contatto, dando vita, insieme ad
altri, ad un movimento culturale al quale si aggregarono via via
altri vignaioli, alcuni dei quali avevano già iniziato, come
noi, a sviluppare nelle loro aziende un’agricoltura più
naturalista o biodinamica, che dir si voglia, desiderosi di
sperimentarsi in questo personale processo di crescita che li
avrebbe condotti ad un completo coinvolgimento con ogni singolo
elemento che compone il loro terroir.
Un movimento
che è andato crescendo e nel tempo si è modificato, diviso e
nuovamente scisso fra chi si è visto etichettato come “eretico”
e per questo “scomunicato” e “bruciato vivo” sull’altare della
verità assoluta da chi è convinto di accudire il “Verbo” ed è
sempre alla pazza ricerca del “perché” in ogni cosa per darle
uno spazio concettuale e temporale che alla fine costruisca
regole e certificazioni con cui sia più facile ingabbiare le
coscienze.
Un movimento
che si potrebbe definire spontaneo, quasi anarchico, il quale ha
avuto il grande merito di incuriosire e creare sempre più
attenzione intorno ai falsi progressi che l’agricoltura aveva
compiuto durante gli anni, quando la speculativa pazzia
dell’uomo l’aveva condotta a percorrere strade ambigue
attraverso le quali si è separata la vita in pezzi provocando
l’isolamento di ogni specie vegetale a cui è stato fornito un
assistenzialismo chimico o genetico.
Un contributo
specifico per ogni pianta conosciuta, a partire dal grano, al
granturco, alla vite, alla soia e tutte le altre che
contribuiscono a comporre il paniere della nostra quotidiana
alimentazione.
Dovevamo
comunicare che i nostri atti agricoli, dal più importante al più
insignificante, interagiscono con un vasto sistema vivente che è
la terra, l’ambiente che siamo chiamati a proteggere per noi
stessi e per gli altri.
A differenza
di molti che operano in assoluta riservatezza, ho sempre creduto
invece che fosse un errore circoscrivere le idee che animano e
stimolano le nostre coscienze e rinchiudere nelle nostre aziende
l’esperienza accumulata. Ritengo invece necessario regalare sia
le idee che l’esperienza ai giovani e a tutti coloro che si
apprestano a svolgere questa professione, in modo che essi siano
in grado di rivisitarle, rimodellarle, ridisegnarle e poi
rimetterle nuovamente nel circuito, contribuendo a costruire un
movimento culturale intorno ai vini naturali, mai statico, ma in
continuo movimento e ricco sempre di idee nuove, quelle idee che
vengono discusse una volta all’anno a Villa Favorita, vicino a
Verona, in occasione del Vinitaly.
Concetti e
pensieri che coinvolgono spesso la vita privata e che mi hanno
posto in contrasto anche con chi ritenevo un amico e che poi,
inaspettatamente, ha tradito la mia fiducia.
Ma non
importa. Bisogna andare avanti e fare in modo che questo
movimento cresca sempre di più e riesca a trasferire alle
generazioni future, a cui appartengono i miei quattro figli,
Francesco, Alessandro, Giacomo e Tommaso, non aziende o quanti
più soldi possibile su un conto corrente, ma la capacità di dar
seguito alle proprie idee, a prescindere dal sacrificio che esse
richiederanno, così come ho fatto io nella mia vita, quando ho
detto sempre quello che volevo fare e ho fatto sempre quello che
avevo detto.